Uccidere Per Amore
di Claudio Chillemi

Montalbano si cataminò fino alla cucina con la gola arsa dal caldo e
dall’insonnia. Il vento e il mare avevano fatto schifio pi’ tutta a santa
nuttata, mossi da una perturbazione che veniva dall’Africa. Era andato a letto
appena tre ore prima, dopo un lungo sopraluogo a casa della signora Sarina,
vedova Comasco, che abitava appena a trecento metri da lui. Gli era morto il
figlio, Calogero, detto Lello, investito da una macchina assassina proprio sotto
casa, e gli schidgi della povera donna gli rintronavano ancora intatti dintra u’
ciriveddu.
S’assittau innanzi alla televisione e per un lungo istante guardò l’orologio
che segnava le 4 e 40 del mattino. I diodi luminosi emanavano una strana luce
verde che si espandeva per una porzione del grande salotto, dandogli
un’atmosfera misteriosa e inquietante, ma lui non si lasciò incantare oltre.
Addumò l’apparecchiò con il prezioso telecomando e si gustò il faccione del suo
amico giornalista in replica fissa. Nicolò Zito stava relazionando per
Retelibera lo strano caso di Lello Comasco, picciotto ventenne ucciso da un
pirata della strada in una strada dove non passava neanche lo sciccareddu di
Alfio u’ Ianchieri. “La madre, sconvolta dal dolore si è chiusa in un doloroso
silenzio…”, commentava il giornalista mostrando la larga strada sterrata dove
era avvenuto il fattaccio. Montalbano si rivoltò n’anticchia sul divano giusto
per trovare la posizione adeguata, poi guardò per qualche istante l’asfalto
privo di segnali di frenata o di qualunque altro indizio. A interrompere la sua
riflessione intervene ancora una volta Nicolò che informò i quattro spettatori
assittati alle 5 del mattino innanzi a Retelibera, che Lello Comasco si era da
poco fatto notare negli ambienti malavitosi, per essere uomo d’onore dell’ultima
ora, schierato con la famiglia tal dei tali contro i signori sempronio. “La
polizia?”, concludeva il giornalista, “Brancola nel buio…”, affermava
lapidariamente.
“Quanto sei stronzo, Nicolò…”, disse Montalbano ad alta voce e cambiò canale.
D’un tratto gli apparve il viso verdastro di uno strano personaggio, con i
sopraccigli tirati all’insù e le orecchie a punta. Rimase come rapito. I colori
della pellicola erano pastello, dolci e tenui come un ricordo o, ancora meglio,
un sogno. “Star Trek”, lesse nel suo incerto inglese; quindi, si lasciò andare
alla storia con la consapevolezza che non poteva esserci niente di meglio per
poter riprender sonno. “Uccidere per amore”, recitava il titolo dell’episodio
che stava andando in onda. Narrava di un viaggio a ritroso nel tempo, fin agli
anni antecedenti la Seconda Guerra Mondiale. Il capitano di una astronave e un
suo assistente alieno cercano un loro compagno fortuitamente reso folle da una
strana sostanza chimica e proiettato nel passato da un’incredibile congegno…E,
manco a dirlo, ecco apparire una donna bellissima. “Ma è quella di Dallas…O era
Dinasty?”, si domandò incerto il commissario sorprendendosi che, dopo quasi un
quarto d’ora, non aveva ancora ripreso a dormire. La storia diventava sempre più
interessante, la donna era una volontaria che faceva la carità a tutti i
bisognosi, il capitano (un tipazzo d’americano tutto musculi e pocu ciriveddu,
lo soppesò Montalbano…) si innamora di lei proprio quando scopre che nel futuro
ella dovrà morire perché, se non muore, i tedeschi vinceranno la guerra… “Ma che
grandissima minchiata!”, esclamò ad alta voce, chiudendo le palpebre per
assopirsi. Ma, buttanazza da miseria, per l’appunto, quella mattina il sonno non
se la sentiva di andarlo a trovare. Riaperti gli occhi finì di vedere la storia,
il prode capitano lascia morire in un incidente d’auto la sua bella innamorata,
così come la storia e il destino avevano previsto; e a lui non rimane altro che,
soppesare come sia pericoloso interferire con il regolare svolgimento del
passato.
Il sole stava lentamente facendo capolino dalla finestre aperta a fessura, lo
frisco mattutino entrava alla bell’ e meglio come una lama di coltello e lui si
trovava in mutande e canottiera. Si alzò, accostò le ante aperte dell’uscio e si
coprì con una plaid. D’improvviso, una bumma sicca in ti lo stomaco gli aprì una
voragini viziusa e si ricordò che aveva una doppia porzione di pasta con le
sarde nel frigorifero. L’uscì in fretta e in furia ed iniziò una lotta furibonda
con i finocchietti rizzi, a muddica abbrusciata e i pinoli. Si vaviò tutto,
insudiciandosi come un pezzente, e gli rivenne alla mente quella strana storia
vista alla televisione. I mendicanti che mangiavano nelle ciotole, la dolce Joan
Collins (ca mi pare, ca accusì si chiamava…) che versava loro la minestra
calda…E poi il pirata della strada che la investiva, risolvendo la sua vita
terrena in un tragico ma utile incidente. “Tragico, ma utile incidente…”, pensò
verso la diciottesima forchettata di pasta. “Tragico ma utile incidente…”,
ripeteva nella sua mente. Quindi, iniziò la sottile rappresaglia del suo senso
di sbirro, contro il senso di fame e, nel più bello, abbandonò la pasta con le
sarde. Guardò con un lungo sospirò le rimasuglie appetitose di pesci, muddichi e
pezzi di maccarruna, e si alzò con la ferma determinazione di un uomo che deve
compiere il suo dovere…E sbattere giù dal letto quel cosa fituso di Jacumuzzi c’astura
sava fatto almeno otto ore buone di sonno.
“Vaffanculo a chiunque tu sia…”, disse il buon Jacomuzzi.
“Montalbano sono…”.
“Salvo, ma che minchia vuoi a quest’ora del mattino?”.
“Jacomù, hai controllato la macchina della vedova Comasco?”.
“…E perché mai?”.
“Lo hai fatto?”.
“No…”.
“Vaffanculo, Jacomuzzi…”, lo salutò prima di richiudere il ricevitore.
Guardò l’orologio, tra un vidiri e svidiri, si erano fatte le sette del
mattino, Fazio era già in ufficio e probabilmente anche Gallo e Galluzzo. Si
fece il segno della croce e chiamò al commissariato.
“Montalbano, sono…”.
“Dottori, e lei di persona personalmente?”, domandò Catarella.
A quelle prime parole, Montalbano invidiò profondamente quel lontano capitano
d’astronave con il suo strano comunicatore, che riceveva risposte ferme e decise
da bellissime donne addette al centralino.
“Catarè, passami Fazio…”.
“Subito all’istante, come lei desidera, dottori…”.
“Commissario, sono Fazio…”.
“Fazio, prendi il culo mettilo in macchina e vieni da me, che dobbiamo andare
dai Comasco…”.
“Dai Comasco, ma la vedova è andata a dormire a casa della sorella a
Pietrasanta…”.
“Ti ho detto di venire, e non mi fare perdere tempo…”.
“Subito, commissario…”.
Si lavò in fretta e furia, si fece il caffè prima di vestirsi, poi indossò la
sua solita giacca su una camicia senza cravatta. Era pronto, ma un’immagine,
dolce e provocante rimbombava nella sua mente. Erano le sette e trentacinque e
Fazio ancora non arrivava. L’immagine era diventata idea fissa, fino a
trasformarsi in ossessione. Le otto meno dieci e quel cornuto e sbirro non si
faceva vedere. Infine, preso dalla frenesia si cataminò in cucina e finì la
pasta con le sarde, in un batter d’occhio, senza prender fiato. Solo allora,
Fazio suonò alla porta.
Trovarono la povera donna con il volto sereno e quasi sorridente, era morta
contenta, asfissiata in un sonno senza risveglio dall’ossido di carbonio
sprigionato dalla sua automobile lasciata accesa. Si era tolta la vita, come
spiegava un biglietto scritto in bella calligrafia poggiato sul cruscotto. “Ho
ucciso il mio dolce Lello, non potevo vederlo finire così, miseramente, come
finiscono tutti coloro che prendono la cattiva strada. Ora, nulla più mi
trattiene in questa vita, le gioie e i dolori sono tizzoni che bruciano nel
tempo. Sarina Comasco.”.
“Uccidere per amore…”, pensò Montalbano, miseramente deluso di aver
indovinato ogni cosa, mentre con la mano accarezzava la carrozzerie della
macchina, ammaccata dallo scontro della sera prima.
“E pensare che aveva preso la patente appena tre mesi or sono…”, commentò
Fazio leggendo dal suo taccuino.
“Quanto sei stronzo, Fazio…”, disse il commissario oltremodo innervosito
dalle declamazioni anagrafiche del suo sottoposto.
Piantò tutto e si diresse verso la spiaggia. Il mare era una tavola, colpito
da un sole violento che nell’arco di poche ore avrebbe abbrusciato teste e corpi
con la prepotenza di un signore medievale. Si spogliò e si gettò nell’acqua in
mutande, quando si immerse vide le stelle e l’infinito e, per un attimo, pensò
di essere il capitano di un’astronave, che volava verso un futuro senza dolori e
tragedie, e tutto gli parve bello.
Copyright © by WebTrekItalia © Tutti i diritti riservati.