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Editoriale - Dicembre 2009
Gli editoriali Cosa vorreste trovare - e sottolineo veramente - ai piedi del vostro albero di Natale?


Editoriale - Dicembre 2009

di Giancarlo Manfredi

Questo pianeta ha –– o piuttosto aveva –– un problema, che era questo: la maggior parte della gente che ci vive era scontenta per la maggior parte del tempo. Furono suggerite molte soluzioni per questo problema, ma gran parte di esse erano basate sui movimenti di piccoli pezzi verdi di carta, il che è bizzarro, dato che, tutto considerato, non erano i piccoli pezzi verdi di carta ad essere scontenti.” (Dougla Adams, Guida galattica per autostoppisti)

Di recente ho scoperto che esistono in commercio alcuni modelli di orologio digitale da polso che funzionano anche come telefono cellulare [se siete "proprio curiosi" ecco un paio di link: pubblicita' 1 - pubblicita' 2],  in altri termini giocattoli tecnologici proprio come quelli visti  in Star Trek!




Sia chiaro, non mi sogno neanche alla lontana di domandarlo in regalo a Babbo Natale, però mi domando quali sentimenti si possano nutrire verso simili oggetti del desiderio.
Dice a questo proposito l’Enciclopedia Galattica / Wikipedia che il desiderio è: […] uno stato di affezione dell'io, consistente in un impulso volitivo diretto a un oggetto esterno, di cui si desidera la contemplazione oppure, più facilmente, il possesso.
Possedere un telefonino da polso avrebbe quindi diverse valenze: 

•    un oggetto di status symbol da esibire per affermare l’acquisito benessere economico;
•    un gadget tecnologico che dimostra il nostro essere sempre all’avanguardia e pertanto in grado di dominare il cambiamento;
•    l’infantile voglia (uno psicologo potrebbe parlare di fuga o regressione) di tornare nel mondo della fantascienza come raccontata da Hollywood;
•    un segno concreto che il futuro, per come ce lo sognavamo collettivamente trenta, quarant’anni fa, prima o poi arriva.

Io ho una teoria personale in merito e ve la riassumo in una frase:

Un oggetto, di per sé, ha una valenza etica neutrale e assume significato solo in base a come lo si utilizza; questo è vero anche se il suo valore commerciale può dipendere dalla valenza emotiva che gli attribuiamo, ancora prima che della sua effettiva disponibilità.

Sono infatti consapevole di quanto sia inutile cercare giustificazioni razionali a scelte che vedono coinvolta la nostra sfera delle emozioni: è la classica ambivalenza degli esseri umani.
Tuttavia questo modo d’essere non giustifica in alcun modo la vanità fine a se stessa, lo spreco di risorse o, peggio ancora, un uso a fini di devianza sociale.
E in questo non c’è relativismo che tenga.
Si dice che nulla di ciò che è umano c’è alieno (“Homo sum, nihil humani a me alienum puto”  diceva il buon Terenzio), ma, per favore, non nascondiamoci dietro spiegazioni appositamente pensate a posteriori: alla fine della fiera ciò che decide per noi è una serie di pulsioni, antiche e prepotenti, e possiamo solo, consapevolmente, cercare di mediarle (e non meramente giustificarle) con la razionalità.



"Desidero dimostrare, non come gli uomini considerano il mito, ma come il mito opera nella mente dell'uomo senza che lui ne sia cosciente." (Claude Lévi-Strauss)

Come vi stavo dicendo, il telefono cellulare da polso è un’immagine che spesso ricorreva nella fantascienza di qualche decennio fa.
Era, credo, l’espressione stessa della voglia di essere sempre connessi gli uni con gli altri, l’idea stessa di un avvicinamento personale mediato dalla tecnologia.
In questo senso l’arte pop dell’epoca, che fosse letteratura o cinema o pittura poco importa, ha contribuito alla creazione, alla rielaborazione, alla diffusione e, infine, alla condivisioni di nuove e aggiornate mitologie, attribuendo alla innata nostra capacità di manipolare gli oggetti (dal fuoco alla ruota, dal computer al razzo) il ruolo di vettore artefice.
La felicità del lieto fine - cosa che nelle favole di un tempo era demandata agli oggetti propriamente magici (il tappeto volante, la lampada del genio, gli stivali  delle sette leghe e chi più ne ha…)   veniva quindi affidata alla fiducia nella Scienza.
E materializzata nei gadget tecnologici: ecco allora che il comunicatore sfoggiato dal capitano Kirk in ogni episodio della saga di Star Trek, era solo uno dei mille tasselli che, parlando di un futuro immaginario e scintillante, raccontavano le speranze (e le paure) del vissuto quotidiano.
In tale mosaico, la conquista dello spazio, la colonizzazione dei pianeti, le astronavi sempre più potenti e veloci, rappresentavano la nuova frontiera, in un universo forse poco incline all’introversione, ma comprensibile (e forse desiderabile) quanto l’originale Odissea del cantore cieco Omero.
Così le generazioni che ci hanno preceduto hanno provato a raggiungere questo ideale…



"Abbiamo scelto di fare queste cose perché sono difficili, non perché sono facili." (John Fitzgerald Kennedy)

Purtroppo le strade per l’inferno sono spesso lastricate di buone intenzioni.
La Luna, con il tempo, si è rivelata essere un deserto sterile (anche se adesso – combinazione - è saltato fuori che in fondo ai crateri ci sono i pupazzi di neve!!!), le missioni Apollo una voragine nel bilancio federale, i fasti della Nasa, pur rinnovati dagli exploit dello space shuttle e del telescopio spaziale Hubble, sono bruciati nei roghi del Challenger e del Columbia.
Il mito della frontiera si è ripiegato su se stesso, proprio com’è crollato il muro di Berlino.
Alla contrapposizione dei blocchi nella Guerra Fredda è succeduta l’egemonia dell’Economia Globale e non quella Federazione Unita dei Pianeti (leggi O.N.U.) così auspicata dal sogno di una generazione intera.
Poi, forse inevitabilmente, al nuovo impero della World Trade Organization (e alle nazioni ricche in genere) si è contrapposto un movimento terroristico di matrice integralista (alimentato dalle condizioni di vita nelle nazioni povere).
Nasce proprio verso la metà degli anni ’90 Internet: nell’immaginario della nuova generazione è questa la frontiera da esplorare e conquistare: un mondo artefatto fatto di luce virtuale in pieno contrasto con il mondo reale e le sue asperità.
Certo, gli eroi di romanzi e film usano ancora la tecnologia, ma è integrata nei loro corpi di cyberorganismi e consente solo scorrerie nel mondo virtuale.
Nel contempo falliscono (economicamente prima ancora che tecnologicamente) i nuovi progetti che dovevano (ri)portare l’uomo nello spazio lungo la strada del sogno iniziato qualche anno prima.
Mentre i telefonini cellulari sono assunti a il simbolo della nostra società di business man.



"Quest’epoca passerà, anzi, sta già passando, poiché s’incomincia a capire che, se può esservi forza in una caldaia, non può esservi potenza se non in un cervello: in altre parole, ciò che guida e conduce il mondo non sono le locomotive, ma le idee. Le idee si facciano pur tirare dalle locomotive, ma non si scambi il cavallo col cavaliere" (Victor Hugo, I Miserabili)

Alla fine tanto tuonò che si mise a piovere: e così siamo arrivati in questo tempo di crisi.
Ma non è forse vero che la parola “crisi” (wei-ji) in cinese deriva dall’accostamento dei termini pericolo e opportunità?
In effetti – ho fatto qualche ricerca sull’etimologia della parola -  wēi significa approssimativamente "pericolo, pericoloso; mettere in pericolo, rappresentare un pericolo; periglioso; precipitoso, precario; alto; paura, timoroso", ma la parola jī non significa  necessariamente "opportunità", assumendo numerosi significati, tra cui "macchina, meccanico; aeroplano; occasione adatta; punto cruciale; perno; momento incipiente; opportuno, opportunità; occasione; collegamento chiave; segreto; inganno".
In sintesi gli esperti linguisti affermano che è più vicino al termine "punto cruciale": insomma un punto di singolarità storica, ovvero un momento dove l’accelerazione del cambiamento raggiunge un livello tale che non siamo più in grado di comprendere dove andremo a parare.
Possiamo parlare ancora opportunità?
Ebbene, continuando con la metafora delle esplorazioni spaziali, sembrerebbe che le opportunità migliori stiano venendo proprio da grandi imprenditori (originali o illuminati?) che hanno puntato sul turismo orbitale [un paio di esempi per tutti: link 1   - link 2 ] o sullo sviluppo commerciale [link 3 - link 4], portando, forse involontariamente, avanti l’immaginazione mitica della razza umana.
Allora assisteremo insieme al futuro?
Ovvio che si, tutto sta nel vedere quale futuro.
Insomma, non pretenderei troppo da Babbo Natale, specialmente nessun telefonino da polso: chiederei solo una nuova opportunità per i ragazzi di oggi, i nostri figli e le nuove generazioni che verranno.

E qui concludo il mio diario di bordo, inviandovi, a nome di tutta la Redazione di WebTrek Italia, i migliori auguri di buone feste. Computer, fine registrazione; Enterprise, uno da teletrasportare a bordo!


Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell'estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c'è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c'è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro–verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un'ottima invenzione.” (Douglas Adams, Guida galattica per autostoppisti)
Postato Venerdì 27 novembre 2009 da kalt
 
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