
Tutto quello che serve nella vita si impara veramente da Star Trek?
Editoriale - Giugno 2005
di Kalt Winter

"Perche' si scala una montagna? ... Perche' c'e'." (James T. Kirk, Star Trek, The final frontier, 1989)
Se sulla maglietta del capitano James T. Kirk capeggia la scritta "Go Climb a rock!" questo non vuol dire che dobbiamo diventare tutti temerari "free climber". Possiamo semplicemente interpretare il messaggio come un invito a combattere la pigrizia e l'autoindulgenza e ad affrontare con coraggio le difficolta' che sono sulla nostra strada. Sotto questa prospettiva il simbolo della scalata alla vetta e' "perfetto".
Certamente poi, ci sono mille attivita' ricreative e divertenti che possiamo sperimentare nel tempo libero e che ci possono arricchire socialmente, spiritualmente e anche nella forma fisica senza per questo richiederci prestazioni simil-rambo e conti in banca da petrolieri texani.
In questo editoriale vorrei parlarvi della mia recente esperienza di un corso d'arrampicata sportiva, un impresa che ho affrontato per apprendere alcune tecniche finalizzate agli interventi di Protezione Civile.
Vi dico da subito che non saro' mai uno "spitter", un apritore di vie d'arrampicata, ma mi si e' letteralmente aperto un nuovo universo tutto da esplorare.
Non siete un po' curiosi?

"Get a life!"(William Shatner)
"Fatevi una vita!" - E se lo dice William Shatner allora noi poveri mortali ci sentiamo quasi in obbligo di rincorrere traguardi (lavorativi, sportivi, amorosi, fate voi...) prestigiosi; salvo poi stramazzare sul campo ed accorgerci troppo tardi che ci siamo comportati in maniera evidentemente autodistruttiva e incoerente con il nostro essere.
Perche' (ma guarda te che strano!) anche sognare ed evadere dalla brutale realta' (e in questo specifico caso divertirci con la fantascienza) non e' meno importante che realizzare obiettivi imposti dall'altrui volonta' anziche' dalle reali necessita' della vita.
Tra l'altro la capacita' di risolvere problemi (cosi' necessaria e rara) e' intimamente connessa alla fantasia e si puo' affinare esercitando attivita' ludico-sportive che con il "benpensantismo" hanno poco a che fare...
...Per dirla in breve, ecco che mi ritrovo abbarbicato ad una parete verticale, ruvida e fredda, ma senza un maledetto appiglio (o cosi' mi sembra), che non so piu' come salire e scendere: certo non posso resistere in eterno appeso in questa posizione.
Da sotto l'istruttore mi esorta a trovare una via d'uscita "Con la testa e non con i muscoli!"; esamino la situazione, vedo due tacche buone piu' in alto e un piccolo spuntone piu' in basso: quest'ultimo non consente di effettuare una sosta, ma potrebbe servire a darmi una spinta per risalire.
Decido! Scendo di quaranta centimetri, punto il piede in aderenza (ovvero senza un reale sostentamento se non l'attrito tra la scarpetta e la roccia) e mi spingo fino ad arrivare a con le mani alle tacche!
Un trionfo! Salvo poi vedere gli esperti di sotto che schignazzano per la mia goffaggine.
Pero' e' cosi': scopro che l'arrampicata non e' solo macismo, anzi e' una attivita' dove ogni passo e' preceduto dalla ricerca di una soluzione attraverso passaggi che non sono "statici".
Quasi una partita a scacchi...
"Qualcuno ricorda che un tempo eravamo esploratori?" (Jean-Luc Picard, Insurrection)
E' cosi', a dispetto di tutti i paradisi (e degli inferni) artificiali dove siamo costretti a vivere, la realta' ha un gusto, dei colori, degli odori che non aspettano altro che di essere scoperti.
E guarda caso, la curiosita', unita alla voglia di mettersi in discussione, e' un tratto genetico legato alla sopravvivenza individuale e come specie.
Proprio come la paura del vuoto.
In effetti possediamo tutta una serie di comportamenti istintivi (si, T'Pol piace anche a me, ma non volevo parlare di questo) che reprimiamo o piu' spesso dimentichiamo; pero' ci sono e saltano fuori quando uno meno se lo aspetta...
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...E' mattino presto, dopo qualche chilometro di strada sterrata e una mezz'oretta di camminata a piedi si arriva ad una struttura geologica bellissima, cio' che resta di antiche spinte vulcaniche.
L'aria frizzante e soprattutto nessun segno di umanita' attorno (tipo cartacce, bottiglie di plastica abbandonate, suonerie di telefonini, Suv e fuoristrada parcheggiati in doppia fila): sembrerebbe che siamo i primi ad arrivare.
Ad una piu' attenta analisi si notano sulla roccia grigia - solo piu' tardi il sole l'arrossera' - minutissime scritte, un nome ed una sigla, ed in corrispondenza di esse, linee verticali ideali tracciate da piccoli anelli che spuntano dalla roccia e da leggere tracce bianche di magnesio nelle minuscole imperfezioni della parete.
L'arrampicata sportiva nasce come disciplina non invasiva della montagna e l'uso di chiodi e' limitatissimo e tra l'altro le componenti tecnologiche dell'attrezzatura sono all'avanguardia e consentono tecniche sicure e compatibili con il rispetto ambientale.
Insomma bando alle ciance, si indossa l'imbracatura e si inizia a provare le vie già tracciate.
Dopo pochi minuti la forza di gravita' mi avverte che potrei cadere e che anzi, la parete rifiuta il mio timido abbraccio.
Mi concentro, richiamo alla mente le lezioni dell'istruttore, esamino con il tatto ogni mimino corrugamento della pietra e analizzo con gli occhi dove mettere piedi e mani.
Ma c'e' un passaggio invisibile dalla posizione dove mi trovo... dovro' elaborare una soluzione nel brevissimo tempo in cui iniziero' ad affrontare i tre prossimi passi.
Il nervosismo sale (questo non e' il mio sport!) ma ci provo lo stesso per testardaggine: alla faccia della paura del vuoto e...
...Ovviamente cado. Un brevissimo volo, per quanto la cima di sicurezza lo permette e cioe' pochi centimetri (non mi sono mai trovato in situazione di rischio effettivo), ma l'esperienza riattiva antichi sistemi di allarme.
Quel passaggio l'ho provato altre quattro volte e solo alla fine, graffi e lividi, ci sono riuscito, spingendo il mio limite un pochino piu' in la.
"La scrittura è vita, respiratene a pieni polmoni."(Terry Brooks)
C'e' un vecchio romanzo di fantascienza che mi torna alla mente, racconta della prima ascensione sul Monte Olimpo, l'enorme vulcano del pianeta Marte.
E' scritto sotto forma di diario personale di un membro della spedizione e ricorda un po' i resoconti in prima persona delle grandi spedizioni (Amundsen, Scott, Peary, Nobile...) solo che l'ambientazione e' ancora piu' estrema ed aliena.
Le tecniche di arrampicata pero' sono le stesse che si potrebbero adottare sull'Himalaya o sulle Alpi e analoghi i pericoli e la fatica; il fascino e' enorme e leggendo sembra proprio di essere insieme ad i protagonisti sulle pendici della vetta piu' alta del sistema solare.
Il fatto e' che non si puo' descrivere cosi' bene una situazione se non si ha una grande fantasia, se non si sono fatte estese ricerche e se non si e' sperimentata almeno una volta la fatica e le difficolta di una scalata.
Viene subito alla mente il contrasto tra le storie narrate da Emilio Salgari (che navigava molto di fantasia e si preparava sulle enciclopedie) e quelle di Ernest Heamingway (che invece viveva in prima persona la vita): pur non togliendo meriti al primo autore (compagno dell'infanza di molti di noi), credo che le emozioni trasmesse dallo scrittore americano siano ben piu' che vivide.
Una societa' americana, la Earth and Space society , ha bandito una gara per la conquista della vetta del monte Olimpo: interessa?
"Andare nello spazio non sarebbe la prima priorità del genere umano. Piuttosto, il prossimo secolo ed i problemi che ne verranno sono la nostra priorità più alta, e lo spazio può essere d’aiuto."(Kim Stanley Robinson)
E' necessario sperimentare sport estremi per gustare la vita?
Certamente no: anche una semplice passeggiata in campagna ha i suoi meriti, ma il concetto di base e' che molti dei limiti che crediamo di avere sono solo dei pregiudizi e delle remore sulle nostre capacita' personali. Sono le esperienze dirette (nel rispetto di tutte le norme di sicurezza) che ci migliorano e ci portano a superare quella barriera in analogia alle imprese che hanno reso grandi gli esploratori di altri tempi e che ci fanno amare i nostri eroi stellari (che di limiti invalicabili ne hanno scavalcati molti).
Aver affrontato il mio personale Monte Olimpo fara' di me una persona migliore?
Io credo di si.
Ah, dimenticavo: William Shatner interrogato su dove avrebbe fatto iniziare l'esplorazione di Marte ha cosi' risposto: "In cima alla calotta di ghiaccio settentrionale. Qui avrei acqua da bere e potrei giocare a hockey. E sarei veramente da solo: niente Starbuck, niente Albertson, nessun pronto soccorso per i tagli e le ferite di quando salto in aria e non scendo per più di cinque minuti.»
"Perche' mi caccio in queste situazioni? ... Non lo so." (Kalt Winter, Ripa Majala, 2005 )
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